Gli errori da evitare in un sito web sono quasi sempre gli stessi: nessun obiettivo chiaro, struttura pensata per piacere e non per convertire, performance ignorate, SEO di base assente e nessuna misurazione. Ho lavorato su centinaia di progetti (siti vetrina, e-commerce, piattaforme di eventi e corsi, landing page) e li ho visti tutti. Non si tratta di errori tecnici oscuri. Si tratta di scelte sbagliate fatte nella fretta, senza metodo, spesso convinti che bastasse uno strumento giusto o un tema bello. Non basta mai.
Quello che segue non è una lista teorica, è una guida su cosa non fare quando costruisci un sito web, con gli errori comuni nei siti web che ho visto ripetersi su progetti di ogni tipo e dimensione. Seguire le novità, testare strumenti, analizzare i dati nel tempo: è questo che permette di adattare le strategie. Non esiste una formula magica e non esiste una soluzione one-click.
Errore 1: nessun obiettivo, brand o piano strategico
Questo è l’errore che precede tutti gli altri. Si apre Elementor, si sceglie un tema, si carica il logo. Solo dopo, a sito già pubblicato, ci si chiede: “Ma a cosa serve esattamente questo sito?”
Un sito web non è un biglietto da visita digitale. È uno strumento commerciale. Prima di scegliere colori e font, servono risposte precise: chi è il tuo cliente ideale, qual è la tua proposta di valore rispetto ai competitor, cosa deve fare l’utente quando arriva sulla homepage. Senza queste risposte, stai costruendo nel vuoto.
Lo stesso vale per il brand. Non bastano un logo e una palette colori. Servono tono di voce coerente, messaggi chiari, un posizionamento che distingue la tua offerta da quella di tutti gli altri nel settore. Un sito con un brand vago comunica male e il cliente se ne accorge subito.
Il piano strategico include anche la struttura delle pagine prima di crearle: quante pagine servono davvero, quali sezioni ha ogni pagina, dove vanno posizionate le CTA e perché. Include la ricerca: chi sono i tuoi concorrenti online, cosa cercano i tuoi potenziali clienti, quali parole usano per trovarti (o per non trovarti).
Per la realizzazione siti web a Bergamo e non solo, la fase strategica è quella che determina il risultato finale, non il tema scelto.
Conseguenza concreta: il sito viene pubblicato, ottiene visitatori, ma non genera contatti. Non perché sia brutto, ma perché non ha mai avuto un obiettivo misurabile.
Errore 2: struttura e UX che non convertono
Un sito bello che confonde è inutile. Eppure la maggior parte dei siti che rifaccio da zero soffre esattamente di questo problema: navigazione disordinata, gerarchie visive sbagliate, CTA messe dove “sembravano bene” invece di dove il comportamento dell’utente le richiede.
La struttura di un sito deve rispondere a una logica precisa. L’utente arriva, in pochi secondi decide se restare o andarsene. In quei secondi deve capire chi sei, cosa offri e perché dovrebbe sceglierti rispetto a un competitor. Se la homepage ha sei sezioni prima di arrivare ai servizi, o se il menu principale ha dodici voci, quella decisione viene presa in modo negativo.
Elementi che vedo sbagliati in modo sistematico:
- CTA invisibili o duplicate. Un solo tasto “Contattami” per pagina, posizionato dove l’utente arriva dopo aver letto la proposta di valore, non dopo tre scroll di testo istituzionale.
- Gerarchia visiva piatta. Tutto enfatizzato equivale a niente enfatizzato. Titoli, sottotitoli, body text e call-to-action devono avere pesi visivi chiaramente distinti.
- Menu troppo lungo. Oltre cinque o sei voci principali, l’utente smette di leggere. La navigazione deve guidare, non sovraccaricare.
- Testi autoreferenziali. “Siamo un’azienda giovane e dinamica con oltre vent’anni di esperienza” non dice nulla a nessuno. Il cliente vuole sapere cosa ottiene lui, non chi sei tu.
La UX non è un’opinione estetica. Capire perché un sito non converte inizia quasi sempre da qui: struttura, gerarchia visiva, CTA posizionate dove l’utente è pronto ad agire.
Errore 3: stack tecnico sbagliato (tema, plugin e hosting)
Scegliere lo strumento giusto per costruire un sito è una decisione tecnica con conseguenze a lungo termine. Eppure viene spesso presa in base al prezzo più basso, al tutorial più visto su YouTube o alla raccomandazione di un amico.
Il tema WordPress conta molto più di quanto si pensi. Un tema multipurpose con settecento opzioni, caricato con tre page builder sovrapposti, produce siti lenti, difficili da manutenere e impossibili da aggiornare senza rompere qualcosa. Ho rifatto da zero progetti costruiti su Divi, Avada o Elementor Pro non perché quei tool siano inutili, ma perché erano stati usati senza un piano: shortcode proprietari in ogni pagina e dipendenze impossibili da rimuovere.
Lo stesso vale per i plugin. Il numero di plugin installati non è un problema in sé: il problema è installarne uno per ogni funzione banale che il tema o WordPress nativo già gestisce, oppure lasciare installati e disattivati plugin vecchi che diventano vettori di vulnerabilità.
L’hosting è spesso la variabile ignorata. Un piano condiviso da tre euro al mese può ospitare un sito con poche decine di visite. Se il traffico cresce, se il sito ha un WooCommerce con centinaia di prodotti, o se vengono caricati video senza ottimizzazione, quell’hosting diventa il collo di bottiglia principale: nessuna ottimizzazione frontend lo compensa.
Conseguenza concreta: siti lenti, attacchi frequenti, aggiornamenti impossibili, costi di manutenzione crescenti.
Errore 4: performance, mobile e SEO ignorati
Questo errore riguarda la fase post-pubblicazione, o meglio: la fase che non viene mai fatta perché il cliente è soddisfatto del risultato visivo e il progetto viene considerato chiuso.
In Italia, oltre il 70% del traffico web arriva da dispositivi mobili. Un sito non testato su smartphone reali (non solo ridimensionato nel browser desktop) perde quella percentuale di utenti prima ancora di mostrare i contenuti. Immagini che escono dal viewport, testo illeggibile senza zoom, bottoni troppo vicini per le dita: sono errori che costano contatti ogni giorno.
Le performance tecniche impattano direttamente sulle conversioni. Un ritardo di 100ms nel TTFB riduce il tasso di conversione del 7%. I Core Web Vitals (LCP, CLS, INP) sono metriche misurabili e migliorabili, non concetti astratti. Strumenti come Google PageSpeed Insights mostrano dove sono i problemi e come si risolvono.
La SEO di base (H1 unico per pagina con keyword principale, meta title entro 60 caratteri, meta description entro 155, URL puliti, sitemap XML inviata a Search Console, canonical tag) viene spesso ignorata perché “per ora non serve”. Poi si cerca di aggiungerla a posteriori su una struttura che non era stata pensata per accoglierla.
Accessibilità e performance si sovrappongono: alt text sulle immagini serve sia agli screen reader sia al ranking delle immagini su Google. Un sito accessibile è un sito più performante. Ho scritto in dettaglio di questo nell’articolo sull’accessibilità e performance del sito.
Errore 5: analytics, GDPR e tracciamento assenti
Pubblicare un sito senza tracciamento è come aprire un negozio e non guardare mai chi entra, cosa tocca e perché va via senza comprare. Questo è uno dei principali errori comuni nei siti web.
GA4 con eventi di conversione configurati (invio form, clic su telefono, clic su email, acquisti) è il minimo necessario per capire se il sito sta facendo il suo lavoro. Google Search Console dice quali query portano traffico, quali pagine vengono indicizzate e se ci sono errori di copertura. Microsoft Clarity aggiunge mappe di calore e registrazione delle sessioni utente: gratuito, facile da installare, molto utile per capire dove gli utenti si bloccano. Questo strumento è essenziale per capire perché un sito non converte: navigazione poco chiara, cta mancanti o non in evidenza, rage-click che indicano errori tecnici.
Il GDPR non è una formalità. Una cookie bar che mostra un banner ma non blocca effettivamente i cookie di terze parti prima del consenso non è conforme. Ed è esattamente quello che fa il 90% delle implementazioni con plugin gratuiti. Privacy policy generica copiata da un sito americano, checkbox pre-selezionata nel form di contatto, assenza del titolare nel footer: sono violazioni reali con sanzioni reali.
Trovi una lista di controllo completa per queste verifiche nella mia checklist pre-lancio, che copre tutti e sei gli aspetti critici prima della pubblicazione e ti aiuta ad individuare e risolvere gli errori da evitare in un sito web.
Conseguenza concreta: nessun dato su cui basare decisioni, rischio sanzioni GDPR, tracciamento che parte mesi dopo il lancio quando i dati storici sono già persi.
Errore 6: credere che esista una formula magica
Questo è l’errore che in pochi ammettono ma che vedo continuamente. La convinzione che esista uno strumento, un plugin, un template o una strategia che, applicata una volta, risolve tutto.
Ho visto siti rifatti tre volte in tre anni cambiando ogni volta solo il tema, convinti che il problema fosse l’estetica. Ho visto campagne Google Ads impostate su siti senza una landing page ottimizzata. Ho visto aziende comprare backlink a pagamento su siti con testo generato da AI senza nessuna revisione, convinte di aver “fatto SEO”.
Il vantaggio competitivo reale non viene da uno strumento. Viene da studio costante, da test iterativi, da analisi dei dati, da adattamento continuo a un ecosistema che cambia ogni anno. Le pratiche SEO del 2020 non sono quelle del 2026. L’AI Overview di Google, le citazioni nei modelli linguistici, la ricerca vocale: sono cambiamenti che richiedono aggiornamento continuo, non soluzioni one-click.
Lo stesso vale per l’AI generativa applicata ai contenuti. Uno strumento potente, usato senza strategia, produce contenuti indistinguibili da quelli di chiunque altro: esattamente il contrario di quello che serve per posizionarsi.
Se vuoi capire il mio metodo e come si applica in pratica su un progetto reale, te lo racconto in dettaglio.
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Domande frequenti sugli errori da evitare in un sito web
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